“Parole e Musica”. L’editoriale di Giancarlo Dillena

Data di pubblicazione

07 marzo 2024

La musica deve essere “inclusiva”? Posta così, la domanda chiama una risposta semplice e diretta: certamente.
La musica è bella, è motivo di piacere e di arricchimento. Occorre fare in modo che il maggior numero di persone possibile ne possa godere, al di là delle tradizioni famigliari, del grado e tipo di scolarizzazione, del ceto. Questi fattori tendono in effetti ad escludere una parte della collettività o a confinarla al ruolo di consumatrice passiva di prodotti di bassa qualità. Fin qui nulla da eccepire: ben vengano dunque gli sforzi di inclusione!

Ma per chi, come il sottoscritto, ha fatto delle parole il proprio mestiere per una vita, il termine rischia di portare con sé alcune zone d’ombra. Potrebbe infatti diventare anche l’alibi di un semplice trasferimento del consumo da un tipo di prodotto ad un altro, senza quel salto di qualità che dovrebbe costituire l’elemento essenziale di una inclusione positiva e valorizzante.
Questione di mezzi, di numeri, di situazioni diverse. Ma anche di parole.

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Per questo vorrei che si parlasse piuttosto di _condivisione_. Soprattutto nel caso della musica. Perché essa ha in sommo grado la capacità intrinseca di coinvolgere nel senso più ampio, ricco e profondo del termine. Non occorre, per carità, diventare tutti dei musicisti. Come non occorre che chi sa leggere si metta per forza a scrivere romanzi. Il solo fatto di leggere permette di accedere a nuovi mondi e a nuove esperienze, facendo vivere in modo più inteso chi legge.

Allo stesso modo un’esperienza concreta, anche limitata, di pratica vocale o strumentale è indubbiamente utile e importante, ma l’ascolto rimane il primo, fondamentale passo. Perché crea un contatto diretto, emotivo e cognitivo, con il musicista. Il quale, cantando o suonando, getta un ponte verso l’ascoltatore. In pratica condivide con lui le mille sfumature dell’esperienza musicale. Questo avviene nel modo migliore…

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